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12/07/2007 - Recensione di Caterina Provenzano pubblicata sulla rivista Scriptamanent anno V, n. 39, febbraio 2007 Un verdetto regolatore di rinunce genitoriali? La forte perplessità è la quasi scontata paternità “negata”
Un verdetto regolatore di rinunce genitoriali? La forte perplessità è la quasi scontata paternità “negata” Recensione di Caterina Provenzano pubblicata sulla rivista Scriptamanent anno V, n. 39, febbraio 2007
Ci sono romanzi e racconti che qualche volta si lasciano a metà lettura. Si ripongono ancora con il segnalibro negli scaffali della libreria oppure albergano un po’ qua e un po’ là finché spariscono chissà dove. Non terminare un libro è un diritto di ogni lettore, ma se il libro si legge velocemente e con immenso piacere, si prova un senso di gratitudine. Il racconto Senza il bacio della buona notte (Rubbettino, pp. 116, € 12,00) di Mario Campanella – autore giovane, giornalista professionista e già capo ufficio stampa della Commissione parlamentare per l’infanzia – non solo lascia il lettore soddisfatto della lettura, ma suscita anche un senso di pensosità. Il contenuto è attuale, la forma moderna. Tutta la narrazione si esaurisce in due domande, così come ha sottolineato la psicologa Maria Rita Parsi che ne ha curato la Prefazione: «Può un padre separarsi dal proprio figlio quando questi è in fieri, abdicando al suo ruolo di educatore e di rafforzatore di un’identità in divenire? E c’è una soluzione a questa crisi devastante del Padre metafora di un declino maschile scolpito negli ultimi 30 anni di società?»
Un dualismo: il racconto intimo e l’oggettività del presente Quella di Mario, l’io narrante del racconto, è la storia di un uomo intorno ai trent’anni costretto a vivere lontano da suo figlio, Enrico Junio Valerio, un bimbo di pochissimi anni, a causa della sentenza giudiziaria in quanto marito separato. L’interrogativa retorica del protagonista – «con quale diritto mi si impone un diritto?» – è la speculazione narrativa di tutta la trama. Il narratore si chiede che senso abbia regolare con una sentenza di tribunale il naturale rapporto fra un padre e un figlio. Si legge: «Soffocavo al pensiero di doverlo vedere ritualmente senza insegnargli gli errori e i pregi, senza peraltro poter capire che il vuoto di ogni assenza riconcilia con la quotidiana presenza. Un giudice regolava un diritto che la mia anima aveva interpretato come modus vivendi, come inevitabile approdo di una vita breve ma intensa nella sofferenza. Eppure, ciò era normale». Il protagonista della storia è anche il protagonista di tutte le vicende di separazione fra genitori. Si tratta dei padri che per legge “non esistono”, ma che paradossalmente devono sborsare del denaro. Il racconto è narrato in prima persona, quasi un monologo accentratore che a volte sfocia nel fumo più turpe del soliloquio. Ma è un attimo, dettato dalla rabbia e dalla frustrazione, effetto di una situazione del tutto innaturale e poco comprensibile al cuore. Gli altri personaggi sono presentati dall’autore secondo l’espediente narratologico del flashback o del dialogo. Sono pochi, essenzialmente due: il bambino e la moglie Elisa, quest’ultima modello femminile quanto mai attuale, il «nesso che collego al mio divorzio, il paradigma di tutti i malcontenti femminili. Lavorare per forza, avere una collocazione territoriale centrale, disprezzare le radici e la tradizione, rifiutare ogni sacrificio». Il bambino e la moglie, il suo mondo, la sua famiglia che invano costruì il giorno del suo matrimonio. Lo spazio e il tempo sono contemporanei: città come Roma e Nettuno nell’odierna società. Sullo sfondo sonnecchia il ricordo di una Calabria verace nei rapporti e nella conservazione delle figure genitoriali come fatto esistenziale e percorso di vita. Il ritmo del racconto è incalzante, espressione di una prosa paratattica. Frasi semplici che si accompagnano a tempi verbali altrettanto semplici. Niente periodi complessi o sintagmi predicativi al fine di rendere la prosa concitata. Tale forma trova un corrispettivo nel contenuto: la velocità del ritmo è pari alla velocità in cui si è svolta la trama. In pochissimo tempo. Breve, così, come lo sono le visite del padre Mario al figlioletto. Paradossalmente, però, alcuni tratti della narrazione sono formati, nei capoversi, da un costrutto di congiunzione e da alcune figure retoriche formali, quali l’anafora, che danno l’idea della riflessività. Il lettore è costretto a fermarsi per pensare a ciò che il narratore afferma. Il racconto intimo e struggente di un genitore separato costretto a vedere il figlio ad intermittenza, si trasforma così in un saggio di grande attualità: perché sono sempre i padri a dover rinunciare a dare il bacio della buona notte ai propri figli? Quanto segue è la struggente riflessione del protagonista, che per analogia, e in generale, è quella di tutti i padri separati, oggi riunitisi in associazioni quali “Padri ad ore”, “Papà separati”, “Padri separati”, “Figli Negati” e tante altre, tutte protese verso l’uguaglianza genitoriale. «Questi padri senza più sangue da versare, che costituiscono una flotta in continua espansione in un mondo che preferisce rimuovere la disgregazione del vivere comune, mi sono vicini. Dovrei vedere mio figlio per due pomeriggi la settimana e tanto mi tocca dopo averne concepito l’esistenza, il volto, le mani, il respiro, lo sguardo, e averne sognato l’avvenire. Ho immaginato per tempo che mio figlio fosse così com’è simile lombrosianamente al padre». E chissà se Cesare Lombroso dall’alto della sua scienza positiva, più che positivista, avesse mai solo pensato a quale oscuro male avrebbe portato una mutata condizione sociale, fatta di famiglie allargate, di famiglie inesistenti, di figli orfani d’affetto. Se ci fosse una virtuale trilogia con la quale potersi rapportare, si potrebbe dire che il protagonista della storia, «genitore vivente di figli orfani», si potrebbe accomunare a S. Giuseppe o a Geppetto del Collodi. Due padri «Asessuati, putativi, rinunciatari a priori dello sperma come perpetuazione di luoghi e caratteri». Nella descrizione del rapporto fra il padre e il figlio è presente sempre l’aspetto ludico dell’incontro. Un padre separato dalla consorte non potrà rimboccare le coperte al figlio, ma sicuramente potrà giocare con lui ogni qualvolta è concesso. Il lettore prova simpatia per il protagonista che è buono perché dispensa in alimenti più denaro di quanto dovrebbe e che è consapevole di perdere «ogni istante di vita del figlio, ogni lacrima, ogni notte non passata a rimboccargli le coperte, ad ascoltarne le ansie, gli incubi, i tremori...». Nel racconto di Campanella traspare un’ironia di fondo, grazie alla felice scelta linguistica dal registro informale. Tuttavia mal vi si cela una solitudine di tipo sentimentale oltre che istituzionale. Ogni immagine è testo nel testo, ricco di aneddotica, ma anche di riflessione, di richiamo a filosofi contemporanei e pensatori. Senza il bacio della buonanotte è un libro veramente interessante, formalmente ben costruito, fresco, agile, lodevole e aperto al sociale: da consigliare agli amici.
Caterina Provenzano (critico letterario) |